OLII E BATTERIE

E’ la grande storia d’amore degli italiani. Da almeno 50 anni. L’automobile. Ce ne sono in giro nel nostro paese quasi 35 milioni. Ai quali possiamo aggiungere altri 7 milioni di moto e motorini e altre centinaia di migliaia di camion e mezzi pesanti.

Forse non ce ne rendiamo conto, ma tutti questi veicoli producono ogni anno una quantità straordinaria di rifiuti pericolosi. Sono le batterie ormai esaurite e l’olio del motore che ogni tanto va cambiato. Le batterie contengono il piombo e l’acido solforico e possiamo immaginare cosa succederebbe se fossero gettate o accatastate dove capita. Ma anche i cambi dell’olio che lubrifica i motori, se finissero nei fiumi , in mare o nelle fogne causerebbero guai irreparabili. Un solo dato: un litro di olio esausto può  inquinare un milione di litri di acqua pulita.

Niente di tutto questo è successo. Ed anzi la storia di come vengono recuperati e riciclati questi due pericolosi rifiuti è uno dei grandi successi del nostro paese. Insomma ci sono anche casi, in Italia, dove rifiuto non è sinonimo di disastro. Ed è forse istruttivo capire come ci si è riusciti. Superquark è andato a indagare. La strategia chiave può riassumersi in poche parole. La responsabilità del produttore. Sono cioè le imprese che producono o distribuiscono le batterie o l’olio che devono farsi carico di recuperarli quando sono esauriti. Un piccolo contributo ecologico, che paghiamo tutti noi quando compriamo una batteria o l’olio nuovi, serve a mettere in moto il circolo virtuoso. Il contributo passa dal consumatore alle imprese e dalle imprese a speciali Consorzi che riuniscono le aziende del settore e che hanno come compito appunto quello di organizzare nel modo più efficiente il recupero e il riciclaggio di olii e batterie esauriti.

Il nostro viaggio comincia con le batterie e il Cobat, uno dei  consorzi più grandi e più “antichi”. Il Cobat è stato istituito nel 1988 e la sua attività è cominciata nel 1991. Ogni officina, garage o stazione di servizio deve raccogliere le batterie esaurite in speciali contenitori, a tenuta stagna, per evitare perdite di acido. Una rete di raccolta capillare che copre tutta l’Italia, della quale fanno parte 90 aziende di raccolta che servono oltre 60.000 produttori di rifiuto, e che ha il compito di recuperare queste batterie utilizzando mezzi di raccolta speciali, sempre a tenuta stagna, per evitare contaminazioni. Attraverso varie tappe le batterie finiscono poi nei grandi impianti, come questo di Paderno Dugnano dove vengono riciclate. Come? Ecco una visita lampo per capire il destino delle batterie che per circa 5 anni ci hanno fatto viaggiare comodamente sulle quattro ruote.

Primo passo lo scarico nella fossa di raccolta. Qui le batterie si spaccano e perdono acido, ma niente paura, un sistema  convoglia il pericoloso liquido verso speciali contenitori per poi essere purificato e  rivenduto. Il processo continua . La batteria viene prima triturata e poi i vari componenti, in pratica solo tre, plastica, acido solforico e piombo vengono separati. La plastica verrà riciclata,  l’acido solforico verrà neutralizzato o depurato per essere rivenduto. E infine  il piombo che non assomiglia affatto al metallo che ci immaginiamo. Questo si presenta o sotto forma di griglie oppure sotto forma di un terriccio rossastro formato dagli ossidi e dai solfati di piombo. Ma una volta portati nelle fonderie e riscaldati a oltre 1000 gradi, riappare l’aspetto familiare di questo metallo. Una serie di travasi in diversi crogioli, ripulisce il metallo dalle diverse impurità per concludere con la colata nella classica forma del lingotto. Il tocco finale viene dato da un agilissimo robot che toglie le ultime scorie.

Ovviamente in questo impianto gli addetti osservano tutte le misure di sicurezza previste. Da speciali caschi con areatore incorporato a una lavanderia interna che ogni giorno lava le tute e altri indumenti di lavoro. E tutte le emissioni vengono trattate in questi potenti sistemi di filtraggio.

Con una rete analoga il Couu, cioè il consorzio che riunisce le imprese produttrici dal lontano 1984, recupera gli olii esausti in officine, stazioni di servizio, garage. Anche in questo caso tutte le precauzioni possibili vengono prese per rendere sicuro il trasporto e i depositi temporanei. E anche l’olio esausto finisce  in grandi impianti.  Prima di essere lavorati questi liquidi pericolosi vengono analizzati nei laboratori e così possiamo renderci conto quale sia il loro aspetto prima del trattamento. Ogni anno in Italia vengono raccolte 200mila tonnellate di olii esausti, in gran parte dai mezzi di trasporto, ma anche da impieghi industriali. In cosa si trasforma l’olio esausto alla fine di questi complicati processi di raffinazione, dopo aver attraversato tubi, torri, scambiatori, temperature di centinaia di gradi,  il vuoto e  pressioni di oltre 100 atmosfere?  

C’ è un altro dato che ci fa capire come il recupero e il riutilizzo degli olii esausti non solo protegga l’ambiente, ma ci faccia risparmiare anche sulla bolletta energetica.  Per produrre un chilo di olio nuovo occorrono 67 chili di petrolio greggio, ma solo un chilo e mezzo di olio esausto. In questi  25 e più anni di attività il Consorzio degli olii esausti ci ha fatto risparmiare qualche miliardo di euro sulla bolletta energetica. 

I rifiuti, anche pericolosi, non sono necessariamente una maledizione, basta trovare i giusti meccanismi economici e organizzativi che, con le tecnologie adatte, possono trasformarli in un attività industriale che produce ricchezza e occupazione, mentre protegge l’ambiente e la salute.

Rai.it

Siti Rai online: 847